La sicurezza dell'approvvigionamento, la qualità e la sanità alimentare potranno essere rispettati solo con una corretta e ben disciplinata convivenza tra produzioni tradizionali, biologiche e biotecnologiche "Naturale" vuol sempre dire più buono? Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un costante sviluppo dell'agricoltura biologica, a cui ha contribuito senza dubbio una maggiore attenzione dei consumatori in materia di rispetto ambientale. Il comparto va assumendo dunque un crescente interesse, sia per coloro che in un prodotto apprezzano la "naturalità", sia per la sempre più diffusa sensibilità degli agricoltori verso la protezione e la conservazione dell'ambiente. Un trend nato in un contesto sociale che si è venuto a creare negli ultimi anni, in cui hanno acquisito sempre maggiore importanza le produzioni alimentari di qualità ottenute con metodologie che salvaguardino ambiente e natura. Se nel 2000 rappresentava solo il 3% circa dell'intera superficie agricola utilizzata (SAU) della UE, è diventato oggi uno dei comparti più dinamici dell'Unione europea. Nel 2006, circa 6 milioni di ettari sono stati coltivati secondo il metodo biologico o riconvertiti alla produzione biologica (UE a 25). Nello stesso periodo il numero di produttori "bio" è cresciuto di oltre il 6%. Dall'entrata in vigore della normativa comunitaria sull'agricoltura biologica nel 1992, nel nostro Paese si sono convertite a questo sistema oltre 10.000 aziende, in risposta ad una maggiore consapevolezza dei consumatori e al conseguente aumento della domanda, nonostante i prezzi al consumo siano ancora elevati rispetto agli altri Paesi europei. L'agricoltura biologica, soprattutto se vista come modello di sviluppo globale - in particolare da alcune scuole di pensiero - è stata al centro di dibattiti e critiche. In particolare sono due le principali obiezioni sollevate: la sua non sostenibilità su larga scala e la scarsa scientificità di talune sue pratiche legate all'assioma naturale=buono. Infatti, come asserito recentemente dal ricercatore comasco Bressanini "l'agricoltore biologico è più attento alla stagionalità del prodotto, elemento che influisce certamente sulla bontà. Cosa diversa è pensare che un frutto coltivato in serra, seppur biologico, sia più gustoso di un frutto di stagione coltivato in maniera convenzionale." Se è vero che il divieto di usare la maggior parte di prodotti agrochimici riduce quella parte dell'impatto ambientale agricolo legata all'immissione di molecole dannose per l'ambiente, è vero anche che la produzione biologica ha rese inferiori del 20-45% rispetto a quella convenzionale. Per produrre le stesse quantità sarebbe quindi necessario mettere a coltura una buona parte di terre in più. In tema di sostenibilità, poi, è stato osservato che l'agricoltura biologica è in grado di avvicinarsi, per molte colture, ai risultati di quella convenzionale solo se accoppiata ad una fertilizzazione del terreno. A causa della scarsità di animali allevati in modo biologico è attualmente consentito l'utilizzo anche di fertilizzanti certificati come biologici, che di fatto però derivano da produzioni convenzionali. Questa pratica rende le rese dell'agricoltura biologica dipendenti dalla presenza di una forte agricoltura convenzionale, con risultati che non si potrebbero mantenere qualora l'agricoltura biologica, da fenomeno di nicchia, dovesse trasformarsi in un fenomeno a più ampia scala. Occorre valutare la questione del ritorno in termini di reddito per l'imprenditore agricolo: i costi supplementari che il metodo biologico comporta, anche per rispettare l'esigenza di una corretta certificazione, debbono poter essere remunerati. Da uno studio recente di Confagricoltura emerge che un'azienda deve sostenere mediamente ogni anno da 140 euro a 710 euro in costi di certificazione. Statisticamente il consumatore è attratto dai prodotti biologici, ma non è disponibile a pagare un prezzo troppo elevato. All'interno di questa contraddizione sta la risposta sulle reali future prospettive di questo metodo produttivo quando, contemporaneamente, si è ridotto in maniera sostanziale il supporto della chimica in agricoltura e ci si interroga su come, in "una superficie agricola utilizzata" che ogni giorno si contrae, potranno prodursi beni primari in quantità sufficiente a soddisfare la crescente domanda alimentare del pianeta. I tre comandamenti della sicurezza alimentare: food security (quantità), food quality (qualità), food safety (igiene e sanità) potranno essere rispettati solo in una prospettiva di corretta e ben disciplinata convivenza tra produzioni tradizionali, biologiche e biotecnologiche. E' bene non dimenticare che agli agricoltori è delegato il compito di produrre ogni giorno cibo per 7 miliardi di persone e mangimi per decine di miliardi di animali. Alessandra Porro |